giovedì 31 maggio 2018

Libri letti a maggio



Nei primi giorni di maggio ho letto molto velocemente il nuovo romanzo di Enrico Brizzi, Contento te contenti tutti (Theoria, 16 euro). Di questo autore avevo amato molto, ormai alcuni anni fa, Jack Frusciante è uscito dal gruppo, poi ammetto che l'avevo perso di vista. Sono molto contenta di averlo ritrovato, perché questo romanzo mi è davvero piaciuto. Il protagonista, Umberto Ripamonti - per la madre Bubi - è il classico rampollo di una famiglia ricca che non sa cosa fare con la propria vita. Un tizio un po' alla Lapo Elkann, per capirci, che sotto sotto ti fa quasi simpatia ma che non vorresti mai in casa tua. Rimasto presto orfano di padre, cresciuto da una madre arrivista che fa di tutto per ostacolare la sua indipendenza, dopo una gioventù in provincia, spesa male insieme ad amici debosciati, Umberto commette un grave errore che lo rende moralmente schiavo della madre tirannica. Nell'ennesimo tentativo di dare una svolta alla propria esistenza, decide di partire per percorrere il Cammino di Santiago, e, confortato dall'aiuto e dall'amicizia ricevuti da pellegrini di tutto il mondo, ha un'illuminazione. Al rientro in patria, diventerà un imprenditore nel settore alberghiero nel percorso italiano paragonabile a quello dell'apostolo Giacomo, cioè la via Francigena. Fra l'altro, si dà il caso che il nuovo compagno della signora Ripamonti, il conte Guelfo Bruni Vallarini (che vanta un avo nominato nella Divina Commedia), ricco produttore di vini della Val d'Orcia, abbia giusto un albergo chiuso da tempo che sarebbe perfetto per il piano di Umberto. Non mi sarei mai aspettata che tu decidessi di fare l'albergatore, ma “contento te contenti tutti”, approva la madre di Umberto, e in breve tempo l'albergo viene restaurato e arrivano i primi clienti. Il nostro eroe sembra davvero aver trovato la propria strada, ma senza rendersene conto finirà per cacciarsi in una trama più grande di lui che lo travolgerà in modo inesorabile.





Cambiamo genere con Orfani bianchi di Antonio Manzini (Chiarelettere, 12,50 euro, ebook disponibile). Non so se vi è mai capitato di avere bisogno di una badante per un familiare. Una delle mie nonne è stata accompagnata negli ultimi anni della sua vita da due donne originarie della Romania, una ragazza con una bambina piccola e una signora matura con una figlia adulta, rimasta in patria e madre a sua volta. Queste donne si sono occupate di mia nonna con pazienza e attenzione e mi hanno raccontato del paese da cui provenivano, del comunismo, quando nessuno era ricco ma tutti avevano il necessario per vivere, della famiglia che avevano lasciato. Mirta, la protagonista di questo romanzo, potrebbe essere una conoscente delle donne che hanno accudito mia nonna: ha trentaquattro anni, è una badante moldava trapiantata a Roma e a casa ha lasciato Ilie, il figlio dodicenne, l'unica gioia della sua vita. Ilie vive con la nonna materna, ma quando la nonna muore Mirta non ha altra scelta che portarlo in un internat, cioè un orfanotrofio. In realtà, come spiega la direttrice dell'istituto, solo la metà dei ragazzi che vivono lì ha perso i genitori: gli altri, come Ilie, sono orfani bianchi, cioè figli di persone andate a cercare lavoro all'estero. Nell'internat ci sono stanzone fredde e spoglie e poco da mangiare, ma Mirta promette a Ilie che entro pochi mesi tornerà a prenderlo per portarlo in Italia con sé. Infatti, dopo essere stata licenziata dalla famiglia in cui lavorava e aver fatto le pulizie per quattro euro l'ora, ha trovato un impiego come badante con un ottimo stipendio. È vero, la signora di cui si occupa ha un carattere difficile e sua nuora fa di tutto per complicarle la vita, ma Mirta ha deciso di mettere da parte un po' di denaro e poi andare a vivere con Pavel, un brav'uomo che lavora e vuole bene a lei e a suo figlio. Finalmente ha l'occasione di migliorare la sua vita, ma Ilie si chiude in sé stesso e dall'Italia Mirta non riesce a capire cosa gli sta succedendo. Con questo romanzo, Antonio Manzini delinea il ritratto di una delle tante donne che lasciano i propri cari per prendersi cura dei nostri anziani.





L'ultimo libro di cui vi racconto è Tanti baci dalla Mesmenia di Fabienne Betting (Feltrinelli, 16 euro, traduzione di Elena Cappellini, ebook disponibile). Il ventisettenne parigino Thomas tira a campare lavorando in un fast-food e convive con Sandrine, una ragazza che lo sopporta fino all'abnegazione e lo esorta continuamente a cercarsi un impiego più stabile. Un giorno, Thomas legge su un giornale un annuncio scarno ma più che sufficiente ad attirare la sua attenzione: “Urgente: cercasi traduttore per un romanzo della Mesmenia. Molto buona retribuzione.” L'immaginaria nazione della Mesmenia è un posto poverissimo e dimenticato da Dio fra Russia ed Estonia e Thomas ha studiato la lingua all'università solo perché aveva una cotta per la giovane e bella docente Malislovna. La cotta non era assolutamente ricambiata e dopo la delusione d'amore il protagonista ha abbandonato gli studi, ma l'annuncio lo incuriosisce e Thomas decide di scoprire di cosa si tratta. In realtà, i suoi ricordi di mesmeno sono piuttosto vaghi e non può ripassarlo su internet o con un manuale perché praticamente nessuno, a parte gli abitanti della Mesmenia, parla questa lingua. Il nostro eroe si presenta al colloquio e un tizio piuttosto losco gli propone duemila euro per tradurre il romanzo in tre settimane. Nonostante la contrarietà di Sandrine, che teme che l'impresa rinverdisca nel fidanzato i ricordi mai del tutto sopiti dell'affascinante Malislovna, Thomas si butta a capofitto nella traduzione e, già che c'è, ci mette del suo nei punti che non capisce o che non gli sembrano funzionali alla narrazione. Alla scadenza prevista, Thomas consegna il romanzo, supponendo di essere ricontattato per una revisione prima della pubblicazione, ma dopo un paio di mesi scopre che La vita rurale in Mesmenia - questo il titolo dell'opera - è uscito senza modifiche e che lui viene citato come autore. Poco dopo, la Mesmenia conquista gli onori della cronaca per la scoperta di alcuni giacimenti di terre rare. Tutti vogliono intervistare Thomas, ritenendolo esperto conoscitore della Mesmenia, e per lui inizia un'avventura imprevedibile. In teoria, questo romanzo avrebbe tutte le carte in regola per essere una brillante commedia degli equivoci, e in questi termini viene presentato nella quarta di copertina. Personalmente, in verità, non mi ha coinvolto più di tanto: ho trovato quasi tutti i personaggi piuttosto irritanti e le situazioni mi sono sembrate poco plausibili, anche volendo lasciare spazio alla fantasia. Non si può dire che sia scritto male, forse non ha evocato in me sensazioni particolari, fatto sta che anche vista l'ottimistica scritta “Questo romanzo ti farà felice” che campeggia sulla copertina mi aspettavo qualcosa di meglio.




lunedì 7 maggio 2018

SalTo18


Dal 10 al 14 maggio a Torino si svolgerà la trentunesima edizione del Salone Internazionale del Libro. Quest'anno il tema è l'idea di futuro e il paese ospite è la Francia. Potete trovare tutte le informazioni qui.



lunedì 30 aprile 2018

Libri letti ad aprile



Ho inaugurato il quarto mese dell'anno con Le regole dell'impegno di Anita Brookner (Beat, 10 euro, traduzione di Elena Dal Pra, ebook disponibile). Le protagoniste, Elizabeth e Betsy, sono nate entrambe a Londra nel 1948 e si frequentano dai tempi della scuola. Betsy, orfana di entrambi i genitori e cresciuta da una zia poco affettuosa, venera la famiglia di Elizabeth, senza sapere che i genitori dell'amica in realtà si detestano. Finito il liceo, Betsy riceve in eredità dalla zia del denaro e va a Parigi, dove incontra un ragazzo bello e animato da ideali rivoluzionari -siamo nel Sessantotto-, mentre Elizabeth sposa un uomo molto più anziano di lei, con la prospettiva di una vita familiare prevedibile e tranquilla. Invece intreccia ben presto una relazione clandestina con un uomo passionale e senza scrupoli, mentre Betsy cerca in tutti i modi di costruirsi la famiglia che le è mancata da bambina. Le vite di Elizabeth e Betsy si incrociano senza che le due amiche riescano mai a svelarsi davvero l'una all'altra. Questo romanzo mi ha ricordato un po' le opere di Elizabeth Strout: la trama è piuttosto semplice e domina invece l'analisi psicologica dei personaggi e dei motivi che li spingono ad agire in un certo modo o in un altro. Le regole dell'impegno non è un romanzo leggero: l'autrice indaga nell'animo delle protagoniste in modo impietoso e non risparmia nessun dettaglio al lettore.



Capirete che dopo averlo terminato sentivo la necessità di un libro un po' più lieve e ho scelto Nome d'arte Doris Brilli di Andrea Vitali (Garzanti, 15,81 euro, ebook disponibile). Siamo nel 1928 e il maresciallo Maccadò, di origini calabresi, è appena arrivato alla caserma di Bellano insieme alla fresca sposa Maristella. Il maresciallo è preoccupato per la moglie, che fatica ad adattarsi al clima ostile e mutevole del paesino sulle rive del lago di Como, ma ad occupare i suoi pensieri arriva un caso molto delicato. Doris Brilli, bella e promettente cantante, nativa del paese, è stata arrestata a Milano a seguito di un diverbio con un giovanotto che vanta amicizie potenti. La Brilli, invece, non può contare sull'aiuto di nessuno, non ha documenti e i carabinieri non trovano di meglio da fare che spedirla per un po' al paesello, in attesa che si calmino le acque. La vicenda di Doris, che si era allontanata da Bellano in seguito ad eventi poco chiari, scorre in parallelo a quella di Giannetta, figlia di Delmerio Passanò, aspirante vicedirettore del cotonificio locale, agitato dal progetto di trovare un buon partito a cui appioppare in modo permanente la ragazza, timida e sofferente di misteriose crisi di asma. Ad ingarbugliare la matassa poi ci si mette anche una tabacchiera appartenuta alla defunta moglie di Passanò, che scompare e ricompare in modo imprevedibile. Questo è il terzo romanzo di Vitali che leggo (dopo La modista e La figlia del podestà) e ha confermato la mia impressione su questo autore: descrive bene la provincia italiana e i personaggi che la animano, ognuno con le proprie fissazioni e idiosincrasie, e personalmente trovo i suoi romanzi gradevoli e divertenti. 

Anche per questo mese è tutto! Voi cosa avete letto?



sabato 31 marzo 2018

Libri letti a marzo





Ultimamente mi capita sempre più spesso di sentire persone entusiaste di diete quantomeno strampalate, rimedi naturali misteriosi, pozioni miracolose e chi più ne ha, più ne metta. Capirete dunque che quando mi è capitato fra le mani Le mie amiche streghe di Silvia Bencivelli (Einaudi, 17 euro, ebook disponibile) non potevo certo lasciarmelo sfuggire: la protagonista, Alice, è un medico e giornalista scientifica le cui amiche, giovani donne assolutamente razionali, ad un certo punto cominciano a credere ai piani astrali e alla medicina orientale e si interrogano sull'utilità dei vaccini. Valeria, per esempio, è incinta di un figlio molto desiderato e quando, in prossimità del parto, scopre che il bambino è podalico, prova tutti - ma proprio tutti - i rimedi che riesce a scovare su internet per far girare il nascituro, nonostante le perplessità crescenti dell'amica. Arianna invece è un'anestesista che a volte dà ai figli delle cure omeopatiche, anche se Alice si incaponisce a spiegarle che un preparato omeopatico è talmente diluito da essere quasi esclusivamente acqua fresca. Alice non riesce più a capire le amiche di una vita e più si ostina a spiegare l'infondatezza delle loro nuove panacee, con ricerche e dati alla mano, meno loro le danno retta. Eppure, dopo un semplice intervento chirurgico, Alice comincerà a guardare con occhi nuovi la virata irrazionale delle persone a lei più care. Dobbiamo affidarci solo alla medicina tradizionale o forse, con cautela, possiamo cercare di capire perché a volte troviamo conforto in rimedi da sciamani? Alice non ha una risposta definitiva, ma ci invita a non smettere mai di porci domande.




Girando in libreria mi sono imbattuta in Scrivere è un mestiere pericoloso di Alice Basso (Garzanti, 9,90 euro, ebook disponibile), che in realtà è il secondo di una serie. Sarebbe stato più logico leggere anzi il volume precedente, ma non c'era, per cui ho preso questo e devo dire che non è stato un problema, perché ci sono alcuni riferimenti a ciò che è stato raccontato prima, ma niente che possa compromettere la lettura di questo romanzo. Vani è una dark antisociale simpaticissima (soprattutto se apprezzate l'humor nero) che di lavoro fa la ghostwriter per una casa editrice torinese: in pratica, dai racconti sgangherati di personaggi vari tira fuori dei libri assolutamente rispettabili. È ovvio che il suo nome non compare mai e il suo capo, per renderla ancora più invisibile, la fa passare dalle scale di servizio. Grazie all'empatia che le permette di entrare in sintonia con gli aspiranti scrittori, però, Vani si è guadagnata anche un altro lavoro, quello di consulente per il commissario Berganza, una specie di Philip Marlowe taciturno e amante della buona cucina. Quando le viene commissionato di scrivere un ricettario-libro di memorie basato sui racconti dell'anziana cuoca di una ricca famiglia di Torino, Vani non è proprio entusiasta, dato che non ha la benché minima confidenza con pentole, torte e soffritti. Per fortuna può farsi aiutare da Berganza, e a rendere tutto più interessante ci sono la simpatia di Irma, la cuoca, che è un po' svanita ma racconta in modo brillante, e il fatto che ad un certo punto la vispa vecchietta si autoaccusa di un assassinio il cui colpevole ufficiale si trova già in galera. Vani chiede l'aiuto del commissario e insieme cercano di capire se ci sono degli elementi concreti per riaprire il caso. La trama del giallo secondo me non è proprio solidissima, ma ho letto con piacere questo romanzo grazie alle interazioni fra i personaggi, ognuno con le proprie peculiarità caratteriali e la propria storia da raccontare.




L'ultimo libro di questo mese è Una vita da libraio di Shaun Bythell (Einaudi, 19 euro, traduzione di Carla Palmieri, ebook disponibile). Credo che sia uno dei libri che ho comprato più velocemente: ero appena entrata in libreria, l'ho visto sullo scaffale delle novità a meno di un metro dalla porta, l'ho sfogliato e ho deciso di prenderlo. E non me ne sono pentita. Una vita da libraio è il diario di Shaun, che a trentun anni senza grandi aspettative diventa proprietario di una libreria dell'usato e tredici anni dopo continua a tenere aperto il negozio, nonostante i clienti bizzarri, l'aiuto di una dipendente piuttosto strampalata e la guerra continua con Amazon. Ma se qualcuno gli chiedesse cosa vorrebbe cambiare, la risposta sarebbe “Niente”. Shaun vive nel Galloway, una località piuttosto remota della Scozia, a Wigtown, una piccola comunità i cui residenti si conoscono tutti fra loro e se necessario sono pronti a darsi una mano. Shaun racconta tanti aspetti che non conoscevo della vita quotidiana in una libreria e introduce ogni mese con una citazione da “Ricordi di libreria” di Orwell (l'autore di “1984” lavorò part time in una libreria di Londra fra il 1934 e il 1936 e dalle citazioni non sembra che avesse apprezzato granché l'esperienza). Confesso che non ero consapevole di tanti aspetti della lotta dei piccoli commercianti contro i colossi del mercato e in particolare contro Amazon. Mi sono sentita un po' in colpa per tutte le volte in cui ho comprato libri online, senza riflettere sul fatto che dietro al mio acquisto poteva esserci una persona costretta a vendere a un prezzo troppo basso per guadagnare qualcosa. Spesso mi sono lasciata ammaliare dalla comodità di Amazon: cerchi su internet comodamente dal divano di casa, in due clic ordini e paghi e il giorno dopo il corriere suona al campanello con il tuo pacco. Non è facile abbandonare questa modalità di acquisto, però vorrei provare a utilizzarla un po' meno.



Shaun Bythell e la sua libreria

Riflessione random a chiusura del post: vi risulta che esistano uova di Pasqua con i libri come sorpresa? Non sarebbero una bella idea per chi ama leggere? Certo, c'è il rischio di trovarsi in mano un volume già letto, ma secondo me sarebbe comunque meglio dei classici portachiavi.



lunedì 26 febbraio 2018

Libri letti a febbraio


Ho iniziato il mese di febbraio in compagnia di Ragione & sentimento di Stefania Bertola (Einaudi, 17,50 euro, ebook disponibile), riscrittura del romanzo di Jane Austen. Come nel testo originale, anche qui il racconto inizia con la prematura dipartita di un padre di famiglia, l'avvocato Cerrato, che lascia la moglie e le tre figlie Margherita, Eleonora e Marianna. Le quattro donne scoprono ben presto che a loro insaputa il caro estinto aveva la passione del gioco d'azzardo e per ripagare i debiti del defunto sono costrette a cedere la bella casa in cui abitano al figlio di primo letto dell'avvocato, un uomo non cattivo ma dominato da una moglie arpia. Per fortuna un cugino della vedova offre loro di andare a vivere in un suo appartamento senza pagare l'affitto e le nostre protagoniste cercano di adattarsi alla nuova vita. Margherita è adolescente, va a scuola ed è innamorata di ben due uomini misteriosi; Marianna non si è ripresa da una delusione d'amore e vive aspettando il principe azzurro. L'unica in famiglia con la testa sulle spalle è Eleonora, che prende la vita come viene, ha senso pratico e porta a casa uno stipendio da maestra. Al centro della narrazione troviamo le vicissitudini sentimentali delle tre ragazze, dagli amori fantastici di Margherita alla ricerca dell'uomo perfetto da parte della bellissima Marianna, che nell'attesa di trovare il grande amore si è iscritta a una stravagante associazione chiamata Turris Eburnea e finirà quasi per farsi suora (ma suora moderna, elegante e con il progetto di organizzare un corso gratuito di trucco per le bambine di Scampia). Eleonora vive invece un amore più concreto per un giovane professore di lettere, che però si è impantanato in una storia con una giovane nigeriana fuggita dal suo Paese perché promessa sposa a un delinquente locale. Ragione & sentimento è un romanzo molto gradevole, ironico e ricco di personaggi e situazioni al limite del surreale.



Molto diverso è invece Resta con me di Elizabeth Strout (Fazi, 18,50 euro, traduzione di Silvia Castoldi, ebook disponibile). È ambientato negli anni Cinquanta in Maine, dove ad autunni dai colori stupendi (giusto per darvi un'idea) si susseguono inverni rigidissimi. Il protagonista è Tyler Caskey, il nuovo pastore protestante di una piccola comunità, appassionato e gentile, amato da tutti, anche se sposato con una ragazza di città troppo bella ed eccentrica per piacere alle comari del paesino. La coppia ha anche due bambine adorabili, ma ad un certo punto la signora Caskey muore e la fiaba dorata del pastore prende un sapore amaro. Tyler deve mandare la figlia più piccola dalla nonna, la maggiore smette di parlare e si comporta male all'asilo, l'uomo non riesce più a scrivere i sermoni per la messa e dorme sul divano del suo studio. All'improvviso gli occhi dei suoi parrocchiani sono tutti puntati su di lui, ma non più in adorazione, bensì pronti a criticare ogni sua mossa. Nei salotti, fra una tazza di tè e una fetta di torta, le casalinghe annoiate si raccontano le ultime novità e non esitano a dare giudizi su Tyler. La trama di questo romanzo, come già nel caso di Olive Kitteridge e Mi chiamo Lucy Barton in sé è molto semplice, quasi scarna: ma è il modo di raccontare della Strout che affascina. Dipana davanti agli occhi del lettore descrizioni di giornate invernali terse e freddissime, taglienti come la sofferenza di Tyler, e noi ci immaginiamo questa comunità in cui quasi nessuno riesce a dimostrare un po' di comprensione verso il pastore smarrito. Racconta con precisione chirurgica le emozioni e i sentimenti dei personaggi, a volte contrastanti fra loro, senza fare sconti a nessuno. E alla fine una possibilità di redenzione viene offerta a tutti.


Il mese prossimo vorrei leggere Le mie amiche streghe di Silvia Bencivelli, che dovrebbe essere la storia di una giornalista scientifica le cui amiche ad un tratto diventano fanatiche delle terapie alternative e delle pozioni che fanno miracoli. Poi ho da tempo su uno scaffale il primo ponderoso volume della serie dei Cazalet (sì, arrivo ora, lo so) che mi guarda con aria accusatoria, forse è arrivato il suo momento. Ho sempre pensato che per alcuni libri ci sia il periodo giusto per leggerli, forse è l'attitudine del lettore o un allineamento astrale (o entrambe le cose, chissà). Cosa ne dite?

mercoledì 31 gennaio 2018

Libri letti nel mese di gennaio 2018

Ho deciso di inaugurare una nuova rubrica del blog in modo da poter scrivere con maggiore costanza rispetto a ora. Ho pensato quindi di proporvi, verso la fine di ogni mese o l'inizio di quello successivo, un riassunto dei libri che ho letto e magari qualche approfondimento su quelli che mi sono piaciuti di più. Partiamo subito con i romanzi che ho letto a gennaio! Il primo libro che ho letto quest'anno è stato Arabesque di Alessia Gazzola, della serie dell'Allieva (Longanesi, 17,60 euro, ebook disponibile). A me questi gialli piacciono, non posso definirli capolavori ma li trovo divertenti. Mi sono resa conto di aver saltato quello precedente a questo, per cui all'inizio mi mancavano delle informazioni sulle peripezie sentimentali di Alice, ma non è stato un grosso problema. Il libro inizia con il ritrovamento del cadavere di una ex ballerina e proprietaria di una scuola di danza, Maddalena Vichi, apparentemente morta per cause naturali. Alice è appena diventata medico legale e questa è la prima autopsia che deve svolgere da sola, cosa che naturalmente la terrorizza vista la sua nota goffaggine. Ma se la cava bene e scopre anche che la morte di Maddalena potrebbe essere collegata a un cold case, il suicidio di un'allieva di Maddalena che forse in realtà non si era buttata dalla finestra. La perizia era stata svolta da Claudio Conforti, il quale all'inizio non è molto contento di essere smentito proprio da Alice. La trama del giallo secondo me non è proprio solidissima, ma a me Alice fa simpatia. Ama il lavoro che fa, si butta a seguire ogni pista senza scoraggiarsi, è autoironica e ottimista questo spesso la salva dagli inevitabili momenti di sconforto.


Cambiamo genere con La sala da ballo di Anna Hope (Ponte alle Grazie, 16,80 euro, ebook disponibile). Siamo nel 1911 e la sala da ballo del titolo è quella del manicomio di Sharston, nella brughiera dello Yorkshire. Ella, una giovane operaia impiegata in una filanda con turni massacranti, si ritrova in manicomio dopo una crisi isterica. Qui conosce Clem, una ragazza proveniente da una famiglia borghese, ricoverata dopo aver tentato il suicidio per sfuggire al matrimonio impostole dal padre. Nel manicomio uomini e donne vivono quasi sempre separati, tranne il venerdì sera, quando nella sala da ballo riccamente decorata suona un'orchestra diretta dal dottor Fuller e i pazienti vengono incoraggiati a danzare fra loro. Ho trovato particolarmente interessante il personaggio del dottor Fuller: ama la musica e crede che possa avere dei benefici per i ricoverati. Ricordiamoci che in questo periodo anche in Inghilterra iniziano a diffondersi l'eugenetica e le tesi a favore della sterilizzazione delle persone con disturbi mentali. All'inizio, quindi, Fuller suona per i malati e organizza i balli del venerdì sera, ma poi, incapace di gestire i propri fantasmi, cade preda di angosce profonde e finisce per abbracciare le posizioni dell'eugenetica. Durante un ballo, Ella conosce John, un irlandese taciturno ma molto affascinante, che riesce poi a farle avere delle lettere. Ella è analfabeta, ma con l'aiuto di Clem risponde a John e fra di loro nasce un legame. Mi ha colpito molto la descrizione della vita nel manicomio e dei sentimenti di chi vi si ritrovava, a volte all'improvviso e con scarsissime possibilità di uscire se non dentro a una bara. I manicomi erano strutture concepite per isolare i malati di mente dal resto della società e i pazienti ricevevano dei trattamenti disumani, come la camicia di forza o l'alimentazione forzata. L'autrice ha tratto ispirazione per il romanzo dalla vicenda accaduta a un suo antenato, ricoverato in un manicomio nello Yorkshire e morto lì nel 1918, mentre suo figlio combatteva al fronte. Potete vedere alcune fotografie di quel manicomio qui.



Ci spostiamo infine nella Cornovaglia di metà Ottocento con Mia cugina Rachele di Daphne du Maurier (Neri Pozza, 17 euro, ebook disponibile). Philip, rimasto orfano da piccolo, è stato cresciuto dal cugino Ambrose, proprietario terriero, che non si è mai sposato e gli ha fatto da padre e da madre. Zio e nipote vivono senza donne in casa, con la servitù composta solo da uomini. Il ménage dei due scorre tranquillamente fino a quando Ambrose, che è andato a passare l'inverno in Italia per motivi di salute, incontra Rachele, una lontana parente vedova e senza soldi, se ne innamora e la sposa. Ben presto la felicità che traspare dalle lettere di Ambrose viene sostituita da un'ansia crescente e ad un certo punto Philip decide di partire per Firenze per rendersi conto della situazione. Al suo arrivo, però, scopre che Ambrose è morto dopo una rapida malattia e che Rachele ha abbandonato in fretta la villa portando con sé tutti gli averi del marito. Philip, sconvolto dallo stile di vita di Firenze - il vociare continuo, il caldo, gli italiani dai modi infidi - torna in patria e comincia a maturare un odio feroce verso Rachele, che senza aver mai visto si figura come una strega e incolpa della morte dell'amato Ambrose. Medita vendetta quando all'improvviso Rachele arriva in Cornovaglia per restituirgli gli oggetti di Ambrose e Philip scopre che la strega in realtà è una donnina minuta, affabile e sorridente. In breve tempo il giovane rimane affascinato dalla cugina, ma gli improvvisi mutamenti d'umore della donna e la sua tendenza a spendere con prodigalità il denaro di Philip gettano delle ombre sulla felicità dei due. Come viveva Rachele prima di sposare Ambrose? Che ruolo ha nella sua vita il suo consigliere, un italiano detestato dal marito? E Ambrose è davvero morto a causa di una malattia? In Mia cugina Rachele ritroviamo le atmosfere cupe di Rebecca e la Du Maurier tratteggia un'altra figura femminile complessa, caratterizzata da contrasti forti, sulla quale è difficile esprimere un giudizio netto, anche perché nel romanzo dominano le parole non dette, gli equivoci e i silenzi. Ho trovato invece molto irritante il personaggio di Philip, immaturo e legato allo zio da un affetto quasi morboso.


Per il mese di gennaio è tutto! Ho già pronta una piccola scorta di libri per il mese prossimo e ho deciso di cominciare a prendere qualcosa in prestito in biblioteca per motivi di spazio in casa. E voi cosa state leggendo?

venerdì 8 dicembre 2017

Mrs Palfrey all'Hotel Claremont - Elizabeth Taylor

Traduzione: Paola Mazzarelli
Casa editrice: Astoria
Pagine: 197
Prezzo: 16 euro

Ebook disponibile


Laura Palfrey è una signora anziana che, dopo essere rimasta vedova, decide di andare a vivere all’Hotel Claremont a Londra. Questa sistemazione le consente di avere vitto e alloggio senza spendere un capitale e di avere un po’ di compagnia. Mrs Palfrey, infatti, ha una figlia che vive in Scozia e un nipote che lavora al British Museum, ma nessuno dei due sembra intenzionato ad occuparsi di lei, se si eccettuano le sporadiche lettere che Mrs Palfrey si scambia con la figlia. L’hotel Claremont è abitato in gran parte da persone anziane come Mrs Palfrey, ognuna con le proprie fissazioni e i propri acciacchi. Il direttore dell’hotel non vede di buon occhio questo gruppo di vecchietti brontoloni e preferirebbe un altro tipo di clientela, ma non può cacciarli, quindi cerca di tollerarli. Un giorno, durante una passeggiata solitaria in città, Mrs Palfrey inciampa sul marciapiede umido e viene soccorsa da Ludo, un giovanotto squattrinato che aspira a diventare uno scrittore. Fra i due nasce un’amicizia imprevedibile: Ludo trae ispirazione da Mrs Palfrey per il proprio romanzo e Mrs Palfrey si diverte in compagnia di quel ragazzo un po’ strambo ma gentile. Mrs Palfrey lo presenta agli altri ospiti del Claremont come se fosse suo nipote, tanto quello vero non si è mai fatto vedere, dando vita a una serie di situazioni buffe. Anche Ludo tutto sommato è solo: sua madre fa la mantenuta e non prova grande interesse per le ambizioni intellettuali del figlio. Mrs Palfrey, invece, lo ascolta volentieri e gli fa dei piccoli regali. In Mrs Palfrey all'Hotel Claremont domina la difficoltà delle persone anziane, ormai ai margini della società e trascurate da amici e familiari, a far passare il tempo. Ognuno si inventa delle piccole attività per trascorrere la giornata, nella consapevolezza che nessuno dà importanza agli anziani e con il terrore di morire in solitudine durante la notte e di venire trovati solo il mattino dopo dalla cameriera. C’è anche lo spettro della malattia: cosa farò, si chiede ogni ospite del Claremont, se un giorno non sarò più autonomo? Dovrò accettare la carità di qualche parente o finirò in un ospizio? Mrs Palfrey all'Hotel Claremont, però, è anche un romanzo commovente e ironico, che ci ricorda che a volte possono bastare dei piccoli gesti per dare senso a una giornata. Non solo per gli anziani.