domenica 28 luglio 2019

I leoni di Sicilia - La saga dei Florio


L'avete visto anche voi in libreria, questo romanzo con in copertina una giovane signora che vi osserva con aria un po' sprezzante, due ragazzi accanto e sullo sfondo il mare che sfuma nel cielo?





E anche voi, come me, vi siete resi conto che associate il nome Florio solo a un vino liquoroso? Stefania Auci mescola una una ricostruzione storica puntigliosa, fatta di ricerche in archivi e biblioteche, all'invenzione romanzesca (qui potete vedere una breve intervista all'autrice) e dipana davanti agli occhi dei lettori la storia di questa famiglia. Si comincia dai primi tentativi di commercio delle spezie dei fratelli Paolo e Ignazio, che nel 1799 lasciano Bagnara Calabra dopo l'ultimo di una serie di terremoti per cercare fortuna a Palermo, che li accoglie in un caos di lingue, colori, sapori e sogni. Ma in città i fratelli Florio conoscono presto anche il disprezzo dei nobili palermitani, che si giocano tutti i loro averi a carte e non possono neanche farsi fare un abito nuovo, ma non darebbero mai in sposa una delle loro figlie a un commerciante che tutti i giorni si sporca le mani in bottega. Mi ha colpito molto proprio il ruolo delle donne in questo romanzo: considerate spesso poco più che una merce di scambio, costrette dalle famiglia a matrimoni combinati, obbligate dai mariti all'obbedienza, ma anche capaci di non cedere su quello che a loro sta davvero a cuore e di consigliare i loro uomini nei momenti di difficoltà. Per i canoni moderni, forse la famiglia dei Florio sarebbe considerata anaffettiva: a parte rari momenti, quasi nessuno riesce a dare un abbraccio spontaneo ai familiari, a regalare un gesto di tenerezza, perché ognuno è chiuso nei propri rancori, nei sogni e nelle paure. Sarà Vincenzo, il figlio di Paolo, a far fruttare il negozio di spezie e a trasformare Casa Florio in un marchio di successo, abbinando un eccezionale fiuto per gli affari a un'imprenditorialità senza scrupoli. Anche Vincenzo, però, nonostante l'amore di Giulia, rimane corroso nel profondo dall'acuta consapevolezza che per l'alta nobiltà di Palermo lui rimane sempre e soltanto un bottegaio. Suo figlio Ignazio, invece, in questo romanzo riesce a muovere i primi passi nel mondo dei nobili e sarà protagonista del secondo volume della saga. Quasi tutti i capitoli portano il nome di una delle merci vendute dai Florio nel corso del tempo (spezie, seta, cortice etc), sono introdotti da un proverbio siciliano e preceduti da una breve sintesi dei fatti storici dell'epoca.

Editore Nord, 437 pagine, 18 euro, ebook disponibile.

venerdì 28 giugno 2019

La ballata del vecchio marinaio


In questi giorni, seguendo alla tv le vicende della Sea Watch 3, mi è tornata in mente La ballata del vecchio marinaio di Coleridge. In questo testo, un anziano marinaio racconta a un giovanotto alcuni strani eventi dei quali è stato protagonista. La nave sulla quale si trovava insieme ai compagni solcava un paesaggio di ghiacci quando un albatro comincia a seguirli. L'uccello diventa una presenza costante per la ciurma e la navigazione procede con serenità, ma ad un certo punto, senza un motivo apparente, il marinaio lo uccide. Da quel momento, il soprannaturale si impossessa della nave: il vento cade all'improvviso, il sole, “iniettato di sangue” (traduzione di Franco Marucci, edizione Mondadori), brucia il viso e le gole dei marinai, l'imbarcazione si ferma “come la sagoma d'una nave in mezzo a un oceano dipinto”. In questa calma irreale, gli uomini vedono mostri marini, presenze spettrali, fuochi fatui, mentre sono riarsi dalla sete, perché c'è acqua ovunque, “ma non un goccio da bere”. La ciurma accusa il marinaio di aver provocato queste sciagure con l'uccisione dell'albatro, ma il morale di tutti si risolleva quando all'orizzonte appare una nave. Ben presto, però, i marinai si rendono conto che non otterranno aiuto: l'imbarcazione, infatti, è in realtà un relitto governato da uno scheletro e una figura femminile, bellissima ma con “la pelle bianca come la lebbra”. I due fanno una partita a dadi e lo scheletro, cioè la Morte, vince i compagni del marinaio, che uno dopo l'altro cadono a terra privi di vita. Il vecchio marinaio rimane solo e vede dei serpenti marini: invece di provare ribrezzo, è affascinato da loro e li benedice, spezzando così l'incantesimo malefico che lo tiene in ostaggio. Credo che i migranti che tutt'ora si trovano davanti alle nostre coste, fuggiti dai loro Paesi e dalle atrocità delle prigioni in Libia, da due settimane in balia delle onde in un giugno eccezionalmente caldo, potrebbero farci un racconto simile a quello del vecchio marinaio. Anche noi abbiamo ucciso l'albatro: l'umanità e la compassione, sacrificate in un gioco politico nel quale non sembra esserci posto per il rispetto della dignità delle persone. Siamo tutti sulla Sea Watch 3 e assistiamo alle partite a dadi fra i governi europei, alle esibizioni di forza di chi dovrebbe guidarci e invece fa leva sulle nostre paure per tenerci in pugno. Non ho soluzioni pronte per la questione complessa dell'immigrazione, che sicuramente deve essere affrontata da tutte le nazioni europee e per la quale non può bastare un generico buonismo. Ma se perdiamo l'empatia, l'umanità e il rispetto per i diritti umani, la nostra sorte non potrà che essere simile all'incubo vissuto dal protagonista della ballata di Coleridge. Una volta tornato a casa, il vecchio marinaio ha una missione: raccontare a tutti ciò che è accaduto sulla nave, portare la propria testimonianza affinché quello che è successo non si ripeta più. Non cambiamo canale quando il telegiornale ci aggiorna sugli sbarchi dei migranti, cerchiamo di capirne di più, ascoltiamo chi parla una lingua diversa dalla nostra e ha negli occhi degli orrori che noi, come il giovane invitato a nozze al quale il marinaio racconta la propria storia, possiamo solo tentare di immaginare. Non perdiamo la capacità di accogliere e di indignarci per le persone morte in mare o mentre attraversavano un fiume con il sogno di raggiungere una vita migliore.

venerdì 19 aprile 2019

Salone del Libro di Torino


Quest'anno il Salone Internazionale del Libro di Torino si svolgerà dal 9 al 13 maggio, come di consueto al Lingotto. La regione ospite sono le Marche e la lingua ospite è lo spagnolo. Per il programma e tutte le informazioni cliccate qui.




mercoledì 13 marzo 2019

Un matrimonio americano di Tayari Jones


Roy e Celestial, entrambi di colore e originari del sud degli Stati Uniti, sono sposati da poco più di un anno e hanno tutta la vita davanti a sé. Sono giovani, si amano, Roy ha un lavoro abbastanza ben pagato e Celestial è un'artista di talento. Celestial è intelligente, indipendente, bella e con una certa tendenza al melodramma e Roy è innamorato perso di lei, anche se ogni tanto non disdegna di fare colpo su altre donne. Una sera, dopo aver fatto visita ai genitori di Roy, la coppia va a dormire in un hotel e Roy svela alla moglie un elemento del proprio passato del quale non era mai riuscito a parlarle. Ne segue una discussione e ad un certo punto l'uomo esce dalla camera per andare a riempire il secchiello del ghiaccio. Nel corridoio incontra una signora matura e simpatica, con un braccio al collo, la aiuta ad aprire la finestra della sua stanza e già che c'è le ripara anche il water. Poi torna da sua moglie, i due si riconciliano e vanno a letto. Poche ore dopo, vengono svegliati brutalmente dalla polizia e Roy viene accusato di un crimine che non ha commesso. Al termine di un processo piuttosto sbrigativo riceve una condanna a dodici anni di carcere, poi ridotti a cinque. Celestial testimonia che il marito ha dormito con lei, ma Roy, un uomo di colore, per la giuria è il colpevole perfetto. La storia si svolge in un periodo imprecisato ma vicino a noi, ma l'odio razziale, soprattutto nel sud degli Usa, è ancora vivo. I genitori di Roy hanno lavorato duramente tutta la vita per permettergli di frequentare l'università e Roy è nato un anno dopo l'assassinio di Martin Luther King in un reparto maternità non segregato, ma questo non cambia la situazione. La vita della coppia viene sconvolta e le lettere che i due si scambiano durante la detenzione dell'uomo, prima piene d'amore e poi sempre più gravate dal rancore e da accuse reciproche, mostrano il progressivo deteriorarsi del rapporto fra i coniugi. Nel delicatissimo equilibrio matrimoniale si inserisce anche Andre, il miglior amico di Celestial, innamorato di lei fin dall'infanzia, e quando Roy esce di prigione la resa dei conti non potrà che essere durissima per tutti. In un romanzo suddiviso in capitoli come partiture musicali in ognuno dei quali è un personaggio a parlare, Tayari Jones indaga sulla difficoltà di conciliare gli impulsi del cuore, i dettami della coscienza e i desideri personali di ognuno.

Traduzione di Ada Arduini, Neri Pozza, 364 pagine, 18 euro, ebook disponibile.



sabato 2 marzo 2019

La paranza dei bambini: il libro e il film


La paranza dei bambini di Saviano è un romanzo di formazione in negativo. Nicolas Fiorillo, quindicenne nato in una famiglia lontana dalla criminalità e tutto sommato neanche poverissima (il padre è professore di educazione fisica in una scuola, la madre possiede una tintoria), decide di approfittare di un vuoto di potere per creare un nuovo gruppo criminale che abbia il controllo del quartiere. Insieme ad alcuni amici dai soprannomi improbabili - Biscottino, Drago’, Dentino - e con l’appoggio di un vecchio boss ora ai domiciliari, Nicolas si inserisce nel controllo delle piazze di spaccio, delle estorsioni, del pizzo ai negozianti. Nicolas sa bene che in due o tre giorni può accumulare la somma che suo padre guadagna in un mese ed è animato da una convinzione semplice ma incrollabile: nella vita freghi gli altri o sei fregato da loro, non ci sono altre possibilità. A scuola ha letto Machiavelli e la sua ambizione è diventare come il Principe: un capo non amato da coloro che lo circondano, perché chi oggi ti ama domani potrebbe ribellarsi contro di te, ma temuto, perché chi ti teme ha paura di te e ti rispetta. Seppure con qualche difficoltà iniziale dovuta all’inesperienza, Nicolas e i suoi amici si fanno strada nella criminalità e i soldi cominciano ad arrivare. Non c’è nessuna progettualità nell’uso di questo denaro: i soldi servono per procurarsi immediatamente ciò che si desidera, che siano scarpe o magliette firmate, orologi di lusso o regali per le fidanzate. Gli oggetti costosi devono essere ostentati perché costituiscono un messaggio per chi li guarda: “Vedi, posso permettermi questo, ho i soldi e tu mi devi rispettare”. Nicolas sembra privo di empatia: è mosso solo dal desiderio di incutere paura e ottenere il comando. Non c’è comunicazione con i suoi familiari, se non con il fratello minore, che però lo venera e non lo contraddice, e non ha un legame profondo con la fidanzata, della quale è molto geloso ma con cui non si confida mai. 
Nicolas del film diretto da Claudio Giovannesi, invece, è quasi simpatico. Il padre non appare e il ragazzo assume il ruolo di capofamiglia: si preoccupa per la madre, le regala i mobili nuovi in perfetto stile Gomorra, fa sì che non debba più pagare il pizzo per il negozio. Anche nel film il protagonista non esita a vendere droga a ragazzi poco più grandi di lui e a imbracciare le armi, ma, anche grazie al sorriso aperto, risulta molto più umano rispetto alla controparte del romanzo. Vari elementi importanti nel libro, come la lotta fra bande criminali, la sopraffazione e le intimidazioni, nel film risultano più sfumati. Non sono sicura che il film riesca a trasmettere appieno l’urgenza del protagonista e dei suoi amici di ottenere tutto e subito, perché la vita del criminale è pericolosa e può spezzarsi all’improvviso. Sia nel libro che nel film, invece, colpisce l’assenza di un modello alternativo: nessuno sembra ribellarsi alle prepotenze, agli spari che arrivano senza un perché, alle infiltrazioni criminali in tutti gli aspetti della vita quotidiana. Non esiste la speranza di un futuro diverso e né le famiglie né la scuola offrono a questi ragazzi il sogno di un orizzonte diverso da quello dei condomini in rovina e dei vicoli sporchi, dove l’unica possibilità di riscatto è offerta dalla criminalità (ma a quale prezzo?).

venerdì 15 febbraio 2019

Middle England di Jonathan Coe: il romanzo da leggere se volete capire come si è arrivati alla Brexit


In questo romanzo, che copre un arco temporale che va dall'aprile 2010 al settembre 2018, Jonathan Coe riprende le fila della vita di alcuni personaggi che avevamo incontrato nei suoi libri precedenti, cioè Circolo chiuso e La banda dei brocchi (ma se non li avete letti non preoccupatevi, non è necessario conoscerli per seguire la trama di Middle England). Il romanzo si apre con il funerale della madre di Ben e Lois Trotter, fratello e sorella profondamente legati e cresciuti negli anni Settanta a Birmingham, nel cuore dell'Inghilterra. La vita poi li ha portati in direzioni diverse: Ben ha inseguito per anni un sogno d'amore impossibile e si è ritirato a vivere in un ex mulino sul fiume Severn, mentre Lois ha tagliato i ponti con la città natale, nella quale è stata testimone della morte del fidanzato in un attentato. Intorno a loro ruota il resto della famiglia: Colin, il padre anziano, sempre più conservatore e chiuso in se stesso, il marito di Lois, Sophie, sua figlia, un'intellettuale di sinistra che cerca di fare carriera nel mondo accademico, ma, dopo una serie di delusioni sentimentali con i colleghi, finisce per sposare Ian, un giovanotto per bene ma con vedute politiche molto diverse dalle sue. Non mancano i vecchi amici di Ben: Doug, un giornalista politico che fa la conoscenza di Nigel, un giovane ed entusiasta collaboratore di David Cameron, e Philip, proprietario di una piccola casa editrice. Le vicende personali dei Trotter si snodano sullo sfondo degli eventi storici contemporanei: dai disordini alla periferia di Londra e di altre città del 2011 alla cerimonia di apertura dei Giochi olimpici del 2012 fino al referendum per la Brexit. Jonathan Coe delinea con grande acutezza l'incapacità del governo di capire l'umore di una vasta parte del Paese e il risentimento della classe media bianca verso gli immigrati e il politicamente corretto, esemplificato dall'episodo nel quale Ian ritiene di avere maggior diritto alla promozione in quanto inglese rispetto a una collega di origine straniera. Sophie, profondamente europeista, non riesce a comprendere il profondo disagio del marito e della suocera, che si sentono espropriati dei propri valori, come si capisce in una scena nella quale raccontano a un magnate cinese che l'ultimo governo laburista ha approvato una legge che vieta la caccia alla volpe non per amore degli animali, ma a causa dell'odio di classe. L'Inghilterra è di fatto ormai una nazione multietnica - uno dei migliori amici di Sophie è Sohan, un ragazzo originario dello Sri Lanka e omosessuale -, ma una parte degli stranieri residenti in Inghilterra vorrebbe impedire l'accesso ad altri migranti e il loro scontento corrisponde a quello di Colin, che ricorda con nostalgia il passato e la fabbrica in cui ha lavorato e non trova un senso nel centro commerciale che l'ha sostituita. Qual è davvero l'identità profonda dell'Inghilterra?, si chiede Sohan, e al lettore viene spontaneo aggiungere se è andata persa. Ad oggi non sappiamo come (alcuni osservatori sostengono addirittura se) si svolgerà la Brexit e quali saranno i suoi effetti sul resto dell'Europa. Intanto, per capire i processi che hanno portato a questo punto, non perdetevi Middle England di Jonathan Coe.

Traduzione di Mariagiulia Castagnone, Feltrinelli, 398 pagine, 19 euro, ebook disponibile.




martedì 12 febbraio 2019

Anch'io adoro Montalbano


Gentile (?) ministro Salvini, ieri sera, come molti italiani, ho visto la puntata di Montalbano andata in onda su Rai1. Immaginavo che stamani avrei trovato una reazione da parte sua, dato che lei non si perita di farci sapere come la pensa sugli argomenti più disparati, e temevo che, poiché l'accoglienza dei migranti era al centro dell'episodio trasmesso, lei avrebbe manifestato il proprio disappunto. Invece ho dovuto ricredermi, visto che su Instagram ho trovato questa foto:





Mi permetto quindi di scriverle per parlare con lei del nostro commissario preferito. Come saprà, Montalbano non teme di accogliere chi parla una lingua diversa, arriva da luoghi lontani ed è portatore di abitudini e valori differenti dai nostri: già in tempi non sospetti, nel lontano 1996, quando di migranti non si parlava con i toni di oggi, il commissario e la sua compagna Livia diedero rifugio al “ladro di merendine”, il piccolo François, un bambino di origine tunisina che scappava da una storia di povertà e violenza. Quando si scoprirà che la madre del piccolo è stata uccisa, Salvo e Livia gli troveranno una famiglia affettuosa e serena. Purtroppo, anni dopo, la vita li porterà in direzioni molte diverse, ma il rimpianto per non aver dato a  François il futuro che sognavano per lui continuerà a tormentare il commissario e la sua compagna. Non credo che Montalbano lascerebbe mai in mare per giorni delle persone, vittime senza colpa di un vergognoso ping pong fra gli stati europei, e infine spartite un po' qua e un po' là come argenteria di scarso valore lasciata in eredità da una vecchia zia a nipoti noncuranti. Lei obietterà:“Ma Montalbano è una fiction, non è mica la vita reale”. Certo, ma credo che buona parte del successo dei romanzi di Andrea Camilleri e della bellissima trasposizione televisiva sia dovuta al fatto che Montalbano rappresenta l'Italia più umana e più vera. Quell'Italia in cui gli abitanti di Riace non hanno paura di sostenere il loro sindaco accusato di favoreggiamento all'immigrazione clandestina, quella in cui i residenti di un paese alle porte di Roma si mobilitano per trovare un tetto ai migranti scacciati all'improvviso dal Cara, quell'Italia in cui una famiglia di Catania decide di condividere un gesto semplice e pieno di affetto, i dolci della domenica, con l'equipaggio della nave di una Ong da giorni ferma in porto. Montalbano è un uomo schivo, che non fotografa né pubblica sui social le prelibatezze preparate dalla governante-cuoca Adelina, e non ha bisogno di sfoggiare divise, perché si è guadagnato il rispetto dei propri collaboratori lavorando quotidianamente al loro fianco. Non è un supereroe: è un uomo comune che cerca di vivere secondo i principi dell'onestà e della giustizia sociale, e quando sbaglia si assume la responsabilità dei propri errori. 
Come vede, ministro, anch'io adoro Montalbano, anche se forse per ragioni diverse dalle sue, che comunque rispetto. La prego solo, ove mai leggesse questa mia, di non replicare mandandomi abbracci e bacioni, come è sua consuetudine quando si confronta con qualcuno che ha idee diverse dalle sue. Noi non ci conosciamo e a me queste manifestazioni di affetto condite da faccine e cuoricini sembrano poco opportune per chi, come lei, ricopre una carica istituzionale. 
Le porgo quindi i miei distinti saluti, 

Un'affezionata lettrice e spettatrice del commissario Montalbano.