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domenica 10 novembre 2013

"Miss Julia dice la sua" (Ann B. Ross) e "Una principessa in fuga" (Elizabeth von Arnim)




Titolo: Miss Julia dice la sua

Autrice: Ann B. Ross

Traduzione: Valentina Ricci

Casa editrice: Astoria

Pagine: 252

Prezzo: 17 euro

Se vi interessano i romanzi con protagoniste femminili e trame scorrevoli e divertenti ma non stupide, tenete d’occhio la casa editrice Astoria. Pubblica, fra l’altro, Georgette Heyer, Marina MorpurgoM.C. Beaton e Ann B. Ross (per ora credo che sia uscito solo il primo volume della serie dedicata a Miss Julia). Dunque, chi è questa Miss Julia? È una signora non più giovanissima che si ritrova vedova e scopre che il patrimonio del marito, adesso suo, è molto più considerevole di quello che credeva. Siamo nel sud degli Stati Uniti e la nostra protagonista ha sempre cercato di essere una moglie impeccabile: riservata, ottima padrona di casa, donna devota. Non ama i pettegolezzi e prima di formulare un’opinione su qualsiasi argomento ha sempre consultato il marito. Il caro estinto, un banchiere, è stato uno stimato membro della comunità. Miss Julia, per quanto ovviamente dispiaciuta per la dipartita del consorte, ora è libera di organizzare le proprie giornate come meglio crede - sempre entro certi limiti - e di spendere il proprio denaro senza dover rendere conto a nessuno (a parte il pastore, che sostiene che il defunto gli aveva promesso delle donazioni). La tranquillità della routine di Miss Julia viene però sconvolta quando alla sua porta bussa una giovane donna dall’aspetto vistoso che le chiede di prendersi cura per un po’ di un ragazzetto bruttino e incline al pianto, il quale altri non è che il frutto di una relazione extraconiugale del compianto marito di Julia. La donna si rende conto ben presto che molte persone sapevano del tradimento, ma per vari motivi nessuno l’ha mai avvisata. D’altronde, la moglie perfetta non deve forse chiudere un occhio sugli scivoloni del coniuge? Coniuge che si rivela peraltro un grandissimo ipocrita, dato che per tutta la vita non ha fatto altro che predicare bene e razzolare male. Ormai, comunque, quel che è stato non si può cambiare e Miss Julia decide di affrontare la situazione a testa alta, senza mentire e sbugiardando così davanti a tutti quel sepolcro imbiancato del marito. La bizzarra convivenza con il figlio illegittimo del defunto, però, da subito adito ai pettegolezzi e soprattutto innesca una serie di situazioni difficili e talvolta anche pericolose. Julia dovrà imparare a non fidarsi di nessuno e non sarà facile distinguere i veri amici dai profittatori.

L’atmosfera di questo romanzo mi ha ricordato un po’ quella di The Help di Kathryn Stockett, soprattutto per il personaggio di Lillian, la cuoca di Miss Julia, una donna di colore con scarsa istruzione ma con grande buonsenso e coraggio.
 
 
Titolo: Una principessa in fuga
Autrice: Elizabeth von Arnim
Traduzione: Simona Garavelli
Casa editrice: Bollati Boringhieri
Pagine: 253
Prezzo: 16.50 euro
Priscilla è una giovane e bella principessa (mi piacerebbe, prima o poi, leggere un romanzo in cui le principesse sono brutte) all’apparenza docile e mansueta, che però nasconde un segreto: detesta la vita di corte. Si sente soffocare dai rituali, dagli sprechi, dall’ipocrisia. Questo argomento, che credo fosse caro anche a lady Diana, nei comuni mortali che devono lavorare per vivere suscita spesso la risposta “Bisognerebbe mandare quei mangiapane a ufo in fabbrica per una settimana, poi vediamo se si lamentano ancora”. Quale deplorevole mancanza di sensibilità! Priscilla, aiutata da Fritzing, il bibliotecario di corte, concepisce dunque un piano per fuggire e poter vivere in santa pace, senza essere riconosciuta da tutti e senza obblighi. Vuole dedicarsi alla meditazione e alla carità: un’esistenza pura, semplice, priva di fronzoli. Detto fatto, i due cospiratori arruolano una cameriera, Annalise, e scappano in Inghilterra. Si stabiliscono in un villaggio tranquillo e cercano di non dare nell’occhio. Sembrerebbe facile, ma Priscilla ha un piccolo problema: non ha la minima idea di come condurre una vita normale. Tratta le persone in modo altezzoso, non è in grado di preparare una tazza di tè, sperpera il denaro per iniziative assurde e in breve tempo riesce a farsi odiare sia dalla moglie del parroco sia dalla nobildonna locale. Come se non bastasse, Annalise non ha intenzione di collaborare - d’altronde, nessuno si è preso la briga di spiegarle le intenzioni di Sua Altezza - e decide di ricattare la principessa. Anche Fritzing non dimostra alcuna attitudine per la gestione delle difficoltà quotidiane e in breve i due si ritrovano nei guai.
Priscilla per me è profondamente irritante; può darsi che l’autrice intendesse proprio suscitare questa reazione nel lettore. Avrei voluto scuoterla e dirle che, se davvero avesse voluto vivere un’esistenza normale, avrebbe dovuto rimboccarsi le maniche e imparare alcuni semplici concetti come il valore del denaro, l’organizzazione delle faccende domestiche, i rapporti di buon vicinato. Invece no, è scappata da palazzo ma continua a comportarsi come una gran dama e si meraviglia delle reazioni altrui. Pure Fritzing, sarà anche un conoscitore di Eschilo e della letteratura inglese, ma non riesce proprio a capire che a volte la sua cara principessa meriterebbe una sgridata.
Ho trovato questo romanzo interessante per la descrizione della psicologia dei personaggi per i tocchi di ironia dell’autrice. In alcuni punti, però, forse tende un po’ alla prolissità; d’altronde, come dice la stessa von Arnim, se il lettore non è interessato può semplicemente voltare pagina.

martedì 1 ottobre 2013

Agatha Raisin e il veterinario crudele - M.C. Beaton



Titolo: Agatha Raisin e il veterinario crudele

Autrice: M.C. Beaton

Traduzione: Marina Morpurgo

Casa editrice: Astoria

Pagine: 219

Prezzo: 15 euro






“Agatha Raisin e il veterinario crudele”, consigliatomi dalla Leggivendola, è in realtà il secondo volume della serie (il primo è “Agatha Raisin e la quiche letale”). Come però la cara Leggivendola mi aveva spiegato, non è fondamentale leggere i libri nell’ordine in cui sono stati scritti, quindi ho cominciato da questo.
Agatha Raisin è una cinquantenne che ha deciso di ritirarsi dall’attività di pubbliche relazioni per andare in pensione a Carsely, un ameno villaggetto nei Cotswolds. Avete presente quei posticini di campagna dove tutti si conoscono e le signore si incontrano per prendere il tè dalla moglie del pastore? Ecco, un luogo così. Per motivi ad oggi sconosciuti, fin dai tempi di Agatha Christie questi graziosi villaggi sono periodicamente funestati da orrendi delitti e Carsely non fa eccezione (a volte sospetto che questi villaggi abbiano un tasso di criminalità più alto di quello di Caracas).
Nello specifico, il morto è il fascinoso veterinario, Paul Bladen, molto corteggiato dalle signore e ottimo medico per i cavalli e gli animali da cortile, ma stranamente negato per la cura di cani e gatti. All’inizio la polizia ritiene che la morte sia avvenuta per cause accidentali, ma Agatha si rende subito conto che c’è qualcosa di strano e tenta di saperne di più. La aiuta nelle indagini il suo vicino di casa, James Lacey, un maggiore in pensione per il quale Agatha ha una cotta - peccato che lui rifugga come la peste la sola idea di una relazione con lei. Agatha è un personaggio interessante perché ha un sacco di difetti: è impulsiva, ostinata e a causa delle proprie origini non proprio nobili si sente un po’ a disagio nell’ambiente altolocato della campagna inglese. Questa figura imperfetta risulta subito simpatica e rende la lettura molto piacevole e scorrevole.
Parte del merito è senza dubbio dell’ottima traduzione di Marina Morpurgo (della cui attività come scrittrice avevo invece parlato qui), che rende benissimo il caratteristico humour inglese. Mi permetto di fare solo un piccolo appunto, relativo a un elemento che mi è capitato spesso di incontrare nelle traduzioni di gialli inglesi. Sappiamo che in questi libri le indagini si fanno spesso spettegolando e quale occasione migliore di un tè? Il quale è di solito accompagnato dalle ‘focaccine’. L’abbinamento tè e focaccine mi ha sempre lasciato un po’ perplessa, ma si sa, paese che vai cucina che trovi, se non fosse che un bel giorno ho scoperto che queste benedette focaccine in inglese si chiamano scones. Dato che li ho mangiati (in Irlanda. Son buoni!), vorrei dire sommessamente che non c’entrano nulla con le focaccine come di solito le intendiamo in Italia. Si tratta di prodotti da forno che spesso vengono serviti con marmellata, burro o panna acida, ma possono essere mangiati anche con il formaggio o il prosciutto. Non credo che i traduttori non sappiano cosa sono, ma capisco che sia difficile tradurre il termine in italiano. Magari gli editori decidono che è meglio mettere ‘focaccine’, che secondo me però è un addomesticamento eccessivo e un po’ fuori luogo. Io lascerei l’originale, al limite con una nota (ma so che molti editori sono contrari all’uso delle note nella narrativa).