venerdì 15 febbraio 2019

Middle England di Jonathan Coe: il romanzo da leggere se volete capire come si è arrivati alla Brexit


In questo romanzo, che copre un arco temporale che va dall'aprile 2010 al settembre 2018, Jonathan Coe riprende le fila della vita di alcuni personaggi che avevamo incontrato nei suoi libri precedenti, cioè Circolo chiuso e La banda dei brocchi (ma se non li avete letti non preoccupatevi, non è necessario conoscerli per seguire la trama di Middle England). Il romanzo si apre con il funerale della madre di Ben e Lois Trotter, fratello e sorella profondamente legati e cresciuti negli anni Settanta a Birmingham, nel cuore dell'Inghilterra. La vita poi li ha portati in direzioni diverse: Ben ha inseguito per anni un sogno d'amore impossibile e si è ritirato a vivere in un ex mulino sul fiume Severn, mentre Lois ha tagliato i ponti con la città natale, nella quale è stata testimone della morte del fidanzato in un attentato. Intorno a loro ruota il resto della famiglia: Colin, il padre anziano, sempre più conservatore e chiuso in se stesso, il marito di Lois, Sophie, sua figlia, un'intellettuale di sinistra che cerca di fare carriera nel mondo accademico, ma, dopo una serie di delusioni sentimentali con i colleghi, finisce per sposare Ian, un giovanotto per bene ma con vedute politiche molto diverse dalle sue. Non mancano i vecchi amici di Ben: Doug, un giornalista politico che fa la conoscenza di Nigel, un giovane ed entusiasta collaboratore di David Cameron, e Philip, proprietario di una piccola casa editrice. Le vicende personali dei Trotter si snodano sullo sfondo degli eventi storici contemporanei: dai disordini alla periferia di Londra e di altre città del 2011 alla cerimonia di apertura dei Giochi olimpici del 2012 fino al referendum per la Brexit. Jonathan Coe delinea con grande acutezza l'incapacità del governo di capire l'umore di una vasta parte del Paese e il risentimento della classe media bianca verso gli immigrati e il politicamente corretto, esemplificato dall'episodo nel quale Ian ritiene di avere maggior diritto alla promozione in quanto inglese rispetto a una collega di origine straniera. Sophie, profondamente europeista, non riesce a comprendere il profondo disagio del marito e della suocera, che si sentono espropriati dei propri valori, come si capisce in una scena nella quale raccontano a un magnate cinese che l'ultimo governo laburista ha approvato una legge che vieta la caccia alla volpe non per amore degli animali, ma a causa dell'odio di classe. L'Inghilterra è di fatto ormai una nazione multietnica - uno dei migliori amici di Sophie è Sohan, un ragazzo originario dello Sri Lanka e omosessuale -, ma una parte degli stranieri residenti in Inghilterra vorrebbe impedire l'accesso ad altri migranti e il loro scontento corrisponde a quello di Colin, che ricorda con nostalgia il passato e la fabbrica in cui ha lavorato e non trova un senso nel centro commerciale che l'ha sostituita. Qual è davvero l'identità profonda dell'Inghilterra?, si chiede Sohan, e al lettore viene spontaneo aggiungere se è andata persa. Ad oggi non sappiamo come (alcuni osservatori sostengono addirittura se) si svolgerà la Brexit e quali saranno i suoi effetti sul resto dell'Europa. Intanto, per capire i processi che hanno portato a questo punto, non perdetevi Middle England di Jonathan Coe.

Traduzione di Mariagiulia Castagnone, Feltrinelli, 398 pagine, 19 euro, ebook disponibile.




martedì 12 febbraio 2019

Anch'io adoro Montalbano


Gentile (?) ministro Salvini, ieri sera, come molti italiani, ho visto la puntata di Montalbano andata in onda su Rai1. Immaginavo che stamani avrei trovato una reazione da parte sua, dato che lei non si perita di farci sapere come la pensa sugli argomenti più disparati, e temevo che, poiché l'accoglienza dei migranti era al centro dell'episodio trasmesso, lei avrebbe manifestato il proprio disappunto. Invece ho dovuto ricredermi, visto che su Instagram ho trovato questa foto:





Mi permetto quindi di scriverle per parlare con lei del nostro commissario preferito. Come saprà, Montalbano non teme di accogliere chi parla una lingua diversa, arriva da luoghi lontani ed è portatore di abitudini e valori differenti dai nostri: già in tempi non sospetti, nel lontano 1996, quando di migranti non si parlava con i toni di oggi, il commissario e la sua compagna Livia diedero rifugio al “ladro di merendine”, il piccolo François, un bambino di origine tunisina che scappava da una storia di povertà e violenza. Quando si scoprirà che la madre del piccolo è stata uccisa, Salvo e Livia gli troveranno una famiglia affettuosa e serena. Purtroppo, anni dopo, la vita li porterà in direzioni molte diverse, ma il rimpianto per non aver dato a  François il futuro che sognavano per lui continuerà a tormentare il commissario e la sua compagna. Non credo che Montalbano lascerebbe mai in mare per giorni delle persone, vittime senza colpa di un vergognoso ping pong fra gli stati europei, e infine spartite un po' qua e un po' là come argenteria di scarso valore lasciata in eredità da una vecchia zia a nipoti noncuranti. Lei obietterà:“Ma Montalbano è una fiction, non è mica la vita reale”. Certo, ma credo che buona parte del successo dei romanzi di Andrea Camilleri e della bellissima trasposizione televisiva sia dovuta al fatto che Montalbano rappresenta l'Italia più umana e più vera. Quell'Italia in cui gli abitanti di Riace non hanno paura di sostenere il loro sindaco accusato di favoreggiamento all'immigrazione clandestina, quella in cui i residenti di un paese alle porte di Roma si mobilitano per trovare un tetto ai migranti scacciati all'improvviso dal Cara, quell'Italia in cui una famiglia di Catania decide di condividere un gesto semplice e pieno di affetto, i dolci della domenica, con l'equipaggio della nave di una Ong da giorni ferma in porto. Montalbano è un uomo schivo, che non fotografa né pubblica sui social le prelibatezze preparate dalla governante-cuoca Adelina, e non ha bisogno di sfoggiare divise, perché si è guadagnato il rispetto dei propri collaboratori lavorando quotidianamente al loro fianco. Non è un supereroe: è un uomo comune che cerca di vivere secondo i principi dell'onestà e della giustizia sociale, e quando sbaglia si assume la responsabilità dei propri errori. 
Come vede, ministro, anch'io adoro Montalbano, anche se forse per ragioni diverse dalle sue, che comunque rispetto. La prego solo, ove mai leggesse questa mia, di non replicare mandandomi abbracci e bacioni, come è sua consuetudine quando si confronta con qualcuno che ha idee diverse dalle sue. Noi non ci conosciamo e a me queste manifestazioni di affetto condite da faccine e cuoricini sembrano poco opportune per chi, come lei, ricopre una carica istituzionale. 
Le porgo quindi i miei distinti saluti, 

Un'affezionata lettrice e spettatrice del commissario Montalbano.

mercoledì 30 gennaio 2019

Navi a perdere di Carlo Lucarelli


Questo breve libro, a metà fra l'inchiesta e il romanzo, inizia con il racconto delle ultime ore di vita del capitano di fregata Natale De Grazia, un ufficiale della Marina Militare che il 12 dicembre del 1995 era partito da Reggio Calabria insieme a due carabinieri per andare a La Spezia. Il capitano non stava andando in vacanza: il motivo del suo viaggio era indagare sull'affondamento in circostanze poco chiare di alcune navi. I tre uomini si fermano a cena e ripartono in fretta, ma all'altezza di Nocera Inferiore il capitano accusa un malore e muore poco dopo, ufficialmente a causa di un arresto cardio-circolatorio, anche se da subito sorgono dei dubbi su questa versione e nel 2012 una perizia stabilirà che De Grazia è deceduto per una causa tossica. Dopo la sua morte, le indagini sulle navi a perdere rallentano e dopo poco tempo si fermano. Su cosa stava indagando il capitano? Carlo Lucarelli, che spesso si è occupato di fatti di cronaca, conduce il lettore nei meandri di una di quelle storie nere che nessuno vorrebbe mai scoprire, ma che  si verificano fin troppo spesso. L'espressione “navi a perdere”, infatti, indica delle imbarcazioni che la criminalità organizzata riempie di rifiuti tossici e che vengono poi fatte affondare deliberatamente con il loro carico che inquina il mare, gli organismi marini e tutti noi. Lo smaltimento dei rifiuti è un business estremamente lucrativo (vi consiglio in proposito l'inchiesta di Fanpage Bloody Money) e in particolare quello dei rifiuti tossici, per i quali è spesso difficile trovare una soluzione, è un piatto ricco per la malavita. L'autore svela quindi un quadro nel quale ecomafie senza scrupoli, con la complicità di politici, faccendieri e equipaggi delle navi - spesso formato da stranieri che dopo l'affondamento delle imbarcazioni svaniscono nel nulla - ricavano un lauto guadagno facendo sparire diossina, torio (che è radioattivo) e rifiuti tossici di vario genere. Lucarelli porta il lettore in un percorso che parte dalle indagini del capitano De Grazia fino alla morte della giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e del suo cineoperatore di fiducia Miran Hrovatin, assassinati a Mogadiscio, in Somalia, il 20 marzo del 1994, proprio nel corso di un'inchiesta sui rifiuti tossici prodotti nei Paesi del “primo mondo” e inviati nelle nazioni africane in cambio di armi e tangenti. Non si contano i depistaggi, le contraddizioni, i passaggi non chiari nelle indagini sulla morte della giornalista. Luciana Alpi, madre di Ilaria, si è battuta per 24 anni per avere una verità ufficiale sulla morte della figlia ed è scomparsa a giugno del 2018 senza essere riuscita ad arrivare ai veri mandanti dell'assassinio di Ilaria e di Miran Hrovatin. Forse un giorno sapremo chi ha decretato che Ilaria Alpi e il suo cineoperatore avevano scoperto troppe cose imbarazzanti e bisognava tappargli la bocca. Nel frattempo, leggete Navi a perdere e ricordatevi che nel 2018 nel mondo 80 giornalisti sono stati uccisi perché avevano scelto di raccontare la verità.   

Einaudi, 75 pagine, 10 euro.



lunedì 14 gennaio 2019

Dai tuoi occhi solamente: biografia romanzata di una grande fotografa sconosciuta



Avete mai sentito parlare di Vivian Maier? Se la risposta è no, non preoccupatevi: probabilmente fate parte della maggioranza di coloro ai quali questo nome non dice nulla. Anch'io non l'avevo mai sentita nominare fino a qualche mese fa, quando ho letto su un giornale un articolo che raccontava la sua esistenza, anonima e straordinaria al tempo stesso. Vivian Maier ha lavorato per quasi tutta la vita come bambinaia per le famiglie abbienti di Chicago, senza essere mai notata da nessuno, ma con la macchina fotografica sempre a portata di mano, pronta a fissare sulla pellicola tutto quello che la colpiva. Vivian era affascinata dagli attimi di verità che si svelano all'improvviso e dalle vite ai margini della società, e scattava d'impulso, senza chiedere il permesso ai soggetti ritratti e senza curarsi degli sguardi perplessi. In vita ha sviluppato solo una piccola parte delle sue fotografie e non le ha mai mostrate a nessuno. Se oggi possiamo ammirare il suo lavoro è solo grazie a un colpo di fortuna. Vivian morì a ottantatré anni nel 2009, senza sapere che due anni prima il contenuto di cinque armadi in un deposito il cui affitto non era stato rinnovato era stato comprato per 250 dollari da un banditore d'aste. Il figlio di un rigattiere, John Maloof, acquistò poi dalla casa d'aste per 380 dollari (circa 330 euro) circa tremila negativi e vari rullini e quando iniziò a sviluppare le foto si rese conto che avevano un enorme valore. Riuscì a scoprire chi era l'autrice degli scatti, e, poiché Vivian era defunta senza lasciare eredi né un testamento, Maloof divenne proprietario di quasi tutta la sua produzione. Non sappiamo se Vivian avrebbe voluto diventare famosa, ma non possiamo che esserle grati per le testimonianze di vita quotidiana che ci ha lasciato (e che potete vedere qui). Partendo dai pochi elementi su Vivian che conosciamo con certezza, Francesca Diotallevi costruisce un ritratto intenso e profondo: la sua Vivian è una donna che ha vissuto un'infanzia infelice, segnata dagli abusi e dalla mancanza di amore. Non ha conosciuto suo padre e la madre, una donna rancorosa e collerica, l'ha sballottata tra Stati Uniti e Francia, in cerca di una normalità irraggiungibile. Vivian ha dovuto imparare presto a badare a sé stessa e ha fatto di tutto per rendersi invisibile agli occhi degli altri, per non crearsi legami, per costruirsi una corazza che la tenesse al riparo dalla sofferenza. Non ha mai smesso, però, di guardare con curiosità le vite di chi la circondava, di scrutare, non vista, la quotidianità degli altri, per cercare gli istanti di intimità che aveva scelto di precludersi.


Neri Pozza, 207 pagine, 16.50 euro, ebook disponibile. 




sabato 29 dicembre 2018

Il sorriso di Jackrabbit, ovvero, viaggio negli Stati Uniti di oggi



Il sorriso di Jackrabbit di Joe R. Lansdale fa parte della serie dedicata ad Hap e Leonard: bianco ed eterosessuale il primo, nero e omosessuale il secondo. Amici fraterni, entrambi con vite un po' sgangherate, colleghi in lavori improbabili, spesso coinvolti in risse e sparatorie. All'inizio di questo romanzo, le cose hanno cominciato a girare bene, almeno per Hap: si è sposato da poco con l'amata Brett, ex infermiera e ora proprietaria di un'agenzia investigativa nella quale lavorano i due amici. E proprio mentre Hap sta cucinando hamburger e salsicce sulla griglia per festeggiare le nozze, gli piombano in giardino, a bordo di un suv enorme, due ospiti che non potrebbero essere più indesiderati. Madre e figlio, lui coperto di tatuaggi e con una maglietta con scritto “Bianco è giusto”, lei con i capelli in “puro stile Pentecostale”, cioè raccolti in una crocchia enorme. Il problema di queste persone, riflette Hap, non è solo il loro modo di vedere le cose, ma il modo in cui influenza gli altri, e diffondono “odio, ignoranza e orgoglio di non sapere” come altri trasmettono il raffreddore. Chiaramente i due risultano subito antipatici a Brett e Hap, per non parlare di Leonard, ma decidono di ascoltarli lo stesso: madre e figlio spiegano che si sono rivolti all'agenzia di Brett perché cercano qualcuno che faccia luce sulla scomparsa di Jackie, la sorella del tizio con la maglietta razzista, detta Jackrabbit a causa dei denti sporgenti. In realtà, spiegano, la ragazza è andata via di casa alcuni anni prima, ma ogni tanto si era fatta viva, finché i contatti non si erano interrotti del tutto. Il fratello di Jackie, a dire il vero, non è proprio ansioso di riabbracciarla perché lei ha disonorato la famiglia facendo un figlio con un uomo di colore, ma insomma, vorrebbero sapere se sta bene. Nonostante l'antipatia malcelata verso questi potenziali clienti, Hap e  Leonard decidono di accettare il caso per scoprire che fine ha fatto Jackrabbit. Da qui parte un viaggio nella provincia oscura del Texas, in una cittadina popolata da fanatici religiosi e segregazionisti, cioè bianchi che accettano di lavorare e vivere vicino ai neri purché questi ultimi vivano per conto loro e non si facciano venire idee assurde tipo i matrimoni misti. Ma le persone di colore non sono le uniche a essere discriminate: lo stesso trattamento è riservato agli immigrati, che, fa notare Leonard, sono i neri di oggi. Sebbene Lansdale eviti i riferimenti diretti alla realtà contemporanea, leggendo questo romanzo è impossibile non pensare alle posizioni del presidente Trump e alla marea di sudamericani che preme al confine con gli Stati Uniti, o alla violenza contro le persone di colore spesso perpetrata da uomini di legge bianchi. Poi ci sono le armi, spesso in mano a coloro che sarebbero meno adatti ad usarle, i dialoghi brillanti, l'umorismo non raffinato ma sempre tagliente che contraddistingue tutta la saga di Hap e Leonard. Insomma, Il sorriso di Jackrabbit è un romanzo da leggere per capire un po' di più gli Stati Uniti di oggi. E sarebbe perfetto per diventare un film di Quentin Tarantino.


Einaudi, traduzione di Luca Briasco, 250 pagine, 17.50 euro, ebook disponibile. 






venerdì 31 agosto 2018

Libri letti ad agosto


Com’è andato il mese di agosto? Spero che vi siate rilassati e abbiate fatto delle buone letture! Io ho cominciato questo mese con un libro che volevo leggere da un po’ di tempo: In Cold Blood di Truman Capote (A sangue freddo, Garzanti, 17 euro, traduzione di M. Dèttore). Con questo libro, Capote inventa il genere letterario detto non-fiction novel, cioè la narrazione, più o meno romanzata, di fatti realmente accaduti. In una tranquilla notte del novembre del 1959, la vita della comunità di Holcomb, una  piccola città prospera e serena, viene sconvolta per sempre: due giovani balordi, Dick Hickock e Perry Smith, si introducono in casa del proprietario terriero Herb Clutter per rubare e lasciano dietro di sè i cadaveri di Herb, sua moglie Bonnie e i due figli adolescenti Kenyon e Nancy. La famiglia Clutter era rispettata e benvoluta a Holcomb e all’inizio la polizia non riesce a comprendere i moventi di un gesto così brutale, anche perché dalla casa sono stati portati via solo pochi spiccioli (chi conosceva Herb Clutter sapeva che preferiva usare gli assegni piuttosto che il denaro contante). In questo romanzo non c’è la caccia agli assassini che troviamo in un giallo stile Agatha Christie, perché il lettore conosce fin dall’inizio l’identità dei killer, il loro piano e i loro movimenti. Quello che non sappiamo, e che ci viene raccontato gradualmente dall’autore, è chi sono davvero Dick e Perry, che infanzia hanno avuto, da quali famiglie provengono, che cosa sognano, di cosa hanno paura, come sono arrivati ad uccidere a sangue freddo quattro persone inermi che non avevano mai visto prima di quella notte. Arriviamo piano piano a conoscerli, sembra quasi di sentire le loro voci - diverse fra loro, Dick ha un linguaggio semplice e ama fare battute, mentre Perry cerca di darsi un tono usando termini sofisticati - che ci raccontano episodi della loro vita, come se fossimo seduti a mangiare un hamburger con loro. È possibile che questi due ragazzi tutto sommato simpatici siano le stesse persone che hanno ucciso quattro innocenti senza motivo? Da dove nasce il male, ma soprattutto, possiamo davvero ritenerci immuni dalla violenza? Possiamo credere di essere diversi da Dick e Perry, migliori di loro, forse addirittura superiori? Capote racconta i fatti e non risponde alle nostre domande, lasciandoci il compito di riflettere e di trovare le nostre risposte. Truman Capote si documentò in modo approfondito per scrivere A sangue freddo: insieme all’amica Harper Lee (autrice di Il buio oltre la siepe) andò di persona a Holcomb per parlare con le persone che vivevano lì, si mise in contatto con i poliziotti che indagavano sul caso ed ebbe un fitto scambio epistolare con Dick e Perry. In realtà, non tutto quello che è raccontato nel romanzo è accaduto, o almeno non nel modo in cui ci viene descritto dall’autore, e per questo Capote ha ricevuto varie critiche. Aldilà di una puntigliosa ricostruzione filologica degli eventi, credo che l’autore abbia descritto in modo magistrale la psicologia dei due assassini e abbia costruito un romanzo che spinge il lettore a porsi degli interrogativi molto importanti.




Truman Capote e Harper Lee (fonte: Time)



Il secondo romanzo che ho letto ad agosto è La bibliotecaria di Marina Di Domenico (Elliot, 16 euro, ebook disponibile). La protagonista, Roberta, è una giovane bibliotecaria che da Novara si trasferisce in uno sperduto paesino dell'Abruzzo per mettere quanta più distanza possibile fra sé e il fidanzato violento che l'ha quasi uccisa. La ragazza fa subito la conoscenza della segretaria del sindaco, dei notabili del paese, che come da copione appartengono alla stessa famiglia, di Nicola, un uomo anziano che per tutta la vita si è occupato della vasta biblioteca, frutto di una donazione fatta da un collegio di suore chiuso da molti anni. In paese sono in molti a scommettere che Roberta non riuscirà a sopportare la vita in mezzo alle montagne, ma la ragazza trova nel paesino la pace di cui ha bisogno per cercare di dimenticare l'ex fidanzato. Ad un certo punto, però, iniziano ad accadere dei fatti strani riconducibili alla scomparsa di Angela, una bambina del paese, sparita nel nulla alla metà degli anni Cinquanta. Roberta capisce che qualcuno le sta lasciando degli indizi affinché lei faccia luce su un mistero che turba ancora le coscienze di molti cittadini e indaga, raccogliendo i pettegolezzi e i ricordi degli anziani, con l'aiuto di un giovane giornalista. Al clima di suspence -c'è perfino l'inspiegabile apparizione di una ragazzina incredibilmente simile ad Angela- si aggiunge la tensione per un possibile ritorno dell'ex di Roberta, che nel frattempo è uscito dal carcere. Il punto di partenza di questo romanzo è molto interessante e lo sviluppo della vicenda, anche se forse un po' contorto in alcuni punti, è comunque plausibile. L'unica pecca che ho riscontrato in questo libro è la brevità: 154 pagine sono un po' poche per spiegare nel dettaglio tutti gli elementi della storia e per approfondire la psicologia dei personaggi. Resta una lettura gradevole e avvincente, ma credo che la narrazione avrebbe meritato qualche pagina in più.






L'ultimo libro di questo mese è Un delitto fatto in casa di Gianni Farinetti (Marsilio, 12,50 euro, ebook disponibile). La casa del titolo è quella della famiglia alto borghese dei Guarienti, anzi, le case che compaiono nel romanzo sono tre: la villa padronale di Bra, nel cuneese, la cosiddetta “villa piccola” a poca distanza e la casa in Costa Azzurra. Si capisce quindi che i Guarienti sono molto agiati: la loro fortuna deriva da una solidissima impresa di costruzioni della quale tiene saldamente le redini Cesare Guarienti, aiutato dal nipote Edoardo, un giovanotto ambizioso che non esita a fare affari con personaggi discutibili pur di raggiungere i propri obiettivi. Cesare è un uomo inflessibile, che ama il potere ed esercita la propria autorità su familiari e collaboratori. Quindi, come ogni Natale, secondo le sue disposizioni tutta la famiglia si riunisce in Costa Azzurra per festeggiare, mentre a Nizza un amico (anzi, qualcosa di più di un amico) di Sebastiano, il figlio di Cesare, è testimone casuale dello strano suicidio di una donna anziana con la passione per il gioco d'azzardo. Va bene, mi direte voi, ma cosa c'entra la famiglia Guarienti? C'entra, ma per arrivare a capire il legame non bisogna avere fretta. Questo romanzo mi ha ricordato un po' Enigma in luogo di mare (ne ho parlato qui): il delitto è soprattutto il pretesto per descrivere un ambiente, certi personaggi, ciò che li unisce e ciò che li divide. Cosa lega Cesare a sua moglie Anna e qual è invece il suo rapporto con la cognata Adriana, vedova da anni di Gioacchino, archeologo scomparso in Iraq? Cosa ha visto tanti anni prima la domestica Maddalena, ormai cieca ma con ancora un'ottima memoria? Non fatevi scoraggiare dalle quattro pagine che elencano i personaggi del romanzo: una volta entrati nella storia, riuscirete a distinguerli con facilità. Se amate le ricostruzioni di certi ambienti e certe atmosfere e le descrizioni psicologiche, sapete cogliere i dettagli e non avete fretta di scoprire chi è l'assassino, Un delitto fatto in casa è il romanzo giusto per voi.










domenica 26 agosto 2018

Il libro della settimana


Per questa settimana di fine estate ho scelto di parlarvi di un giallo un po' particolare: Enigma in luogo di mare di Fruttero e Lucentini (Mondadori, 7,50 euro). La vicenda si svolge in un complesso di villette eleganti semi nascoste nell'immaginaria pineta della Gualdana (non lontano da Grosseto), ispirata alla pineta di Roccamare, nella quale possedeva una casa estiva Carlo Fruttero. Non si tratta di un giallo tradizionale perché l'omicidio avviene diverse pagine dopo l'inizio del romanzo e nella prima parte del libro il lettore fa la conoscenza dei variopinti personaggi che vivono stabilmente alla Gualdana (molte persone si recano alla pineta solo per le vacanze). Incontriamo così il signor Monforti, depresso e timidamente innamorato della bella signora Neri, Max e Fortini, due comici in cerca di ispirazione (nei quali è facile vedere l'auto parodia degli autori), due attempate amiche svizzere dedite alla cartomanzia, i coniugi Zeme, il signor Lotti con i suoi cani da caccia e tanti altri. Questo romanzo ha un ritmo lento che può disorientare chi si aspetta un giallo in stile Agatha Christie, ma, come in altre opere di questi autori -penso soprattutto a La donna della domenica e A che punto è la notte-, il focus è concentrato sulla descrizione minuziosa dei personaggi e delle loro abitudini, con un linguaggio di ottimo livello e un'ironia lieve. I vari pezzi del mosaico si uniscono gradualmente e alla fine davanti ai nostri occhi prende forma il disegno dell'omicidio. Enigma in luogo di mare è un romanzo da gustare con calma e magari da rileggere.



La pineta di Roccamare (fonte: Hotel Residence Roccamare)