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martedì 12 febbraio 2019

Anch'io adoro Montalbano


Gentile (?) ministro Salvini, ieri sera, come molti italiani, ho visto la puntata di Montalbano andata in onda su Rai1. Immaginavo che stamani avrei trovato una reazione da parte sua, dato che lei non si perita di farci sapere come la pensa sugli argomenti più disparati, e temevo che, poiché l'accoglienza dei migranti era al centro dell'episodio trasmesso, lei avrebbe manifestato il proprio disappunto. Invece ho dovuto ricredermi, visto che su Instagram ho trovato questa foto:





Mi permetto quindi di scriverle per parlare con lei del nostro commissario preferito. Come saprà, Montalbano non teme di accogliere chi parla una lingua diversa, arriva da luoghi lontani ed è portatore di abitudini e valori differenti dai nostri: già in tempi non sospetti, nel lontano 1996, quando di migranti non si parlava con i toni di oggi, il commissario e la sua compagna Livia diedero rifugio al “ladro di merendine”, il piccolo François, un bambino di origine tunisina che scappava da una storia di povertà e violenza. Quando si scoprirà che la madre del piccolo è stata uccisa, Salvo e Livia gli troveranno una famiglia affettuosa e serena. Purtroppo, anni dopo, la vita li porterà in direzioni molte diverse, ma il rimpianto per non aver dato a  François il futuro che sognavano per lui continuerà a tormentare il commissario e la sua compagna. Non credo che Montalbano lascerebbe mai in mare per giorni delle persone, vittime senza colpa di un vergognoso ping pong fra gli stati europei, e infine spartite un po' qua e un po' là come argenteria di scarso valore lasciata in eredità da una vecchia zia a nipoti noncuranti. Lei obietterà:“Ma Montalbano è una fiction, non è mica la vita reale”. Certo, ma credo che buona parte del successo dei romanzi di Andrea Camilleri e della bellissima trasposizione televisiva sia dovuta al fatto che Montalbano rappresenta l'Italia più umana e più vera. Quell'Italia in cui gli abitanti di Riace non hanno paura di sostenere il loro sindaco accusato di favoreggiamento all'immigrazione clandestina, quella in cui i residenti di un paese alle porte di Roma si mobilitano per trovare un tetto ai migranti scacciati all'improvviso dal Cara, quell'Italia in cui una famiglia di Catania decide di condividere un gesto semplice e pieno di affetto, i dolci della domenica, con l'equipaggio della nave di una Ong da giorni ferma in porto. Montalbano è un uomo schivo, che non fotografa né pubblica sui social le prelibatezze preparate dalla governante-cuoca Adelina, e non ha bisogno di sfoggiare divise, perché si è guadagnato il rispetto dei propri collaboratori lavorando quotidianamente al loro fianco. Non è un supereroe: è un uomo comune che cerca di vivere secondo i principi dell'onestà e della giustizia sociale, e quando sbaglia si assume la responsabilità dei propri errori. 
Come vede, ministro, anch'io adoro Montalbano, anche se forse per ragioni diverse dalle sue, che comunque rispetto. La prego solo, ove mai leggesse questa mia, di non replicare mandandomi abbracci e bacioni, come è sua consuetudine quando si confronta con qualcuno che ha idee diverse dalle sue. Noi non ci conosciamo e a me queste manifestazioni di affetto condite da faccine e cuoricini sembrano poco opportune per chi, come lei, ricopre una carica istituzionale. 
Le porgo quindi i miei distinti saluti, 

Un'affezionata lettrice e spettatrice del commissario Montalbano.

domenica 17 febbraio 2013

Il birraio di Preston - Andrea Camilleri


Ripropongo un post che avevo scritto per un altro mio blog di recensioni, Il cappotto di Gogol', che poi ho chiuso.


Titolo: Il birraio di Preston


Autore: Andrea Camilleri


Casa editrice: Sellerio
 

Pagine: 248


Prezzo: 10 euro



Andrea Camilleri è noto soprattutto per aver creato la figura del commissario Montalbano, ma ha scritto anche molti altri romanzi, anch’essi ambientati in una Sicilia immaginaria ma non molto lontana da quella reale. E’ il caso del ‘Birraio di Preston’ (1995), in cui l’azione si svolge nel 1864, pochi anni dopo l’Unità d’Italia; la narrazione prende spunto da un evento storicamente avvenuto, cioè la decisione del prefetto (fiorentino di origine) di far rappresentare nel teatro di Caltanissetta l’opera lirica ‘Il birraio di Preston’. I cittadini erano già scontenti per il malgoverno centrale, e le difficoltà di comprensione fra la mentalità toscana del prefetto e quella locale non migliorarono la situazione.

Come in tutte le sue opere, Camilleri usa una lingua mista di italiano e siciliano che sulle prime può disorientare il lettore inesperto, ma poi si rivela di facile comprensione ed estremamente duttile. Per caratterizzare meglio i personaggi, ad ognuno è attribuito il dialetto tipico della zona da cui proviene. Ogni capitolo ha un titolo ispirato ad un testo più o meno famoso, e, come spiega l’autore, la successione in cui i capitoli sono proposti non è vincolante, anzi, il lettore può leggerli nell’ordine che preferisce.
I motivi per cui apprezzo questo romanzo sono sostanzialmente due: innanzitutto, la vicenda narrata, pur essendo inserita in un preciso contesto storico-geografico, è molto attuale. Nonostante le celebrazioni per i 150 anni dall’Unità, oggi il nostro paese mi sembra sempre più diviso fra Nord e Sud. La burocrazia è tuttora estremamente farraginosa e l’Unità è più che altro un pretesto, proprio come si evince da un passaggio del libro in cui un mafioso, scagionato da un’accusa grazie alle testimonianze di persone provenienti da regioni diverse, commenta (cito a memoria): ‘Che bella cosa l’Unità di Italia’.

La seconda ragione per cui mi piace ‘Il birraio di Preston’ è che fa ridere. Ma tanto. A volte è una risata amara, altre volte si ride di gusto. Come spiegava Camilleri in una puntata di ‘Che tempo che fa’ (02/05/2010), nel nostro paese si pensa spesso che la qualità di un’opera letteraria dipenda da quanto è seria, o per meglio dire triste. Ma dove sta scritto che se i lettori non piangono il romanzo non è valido? Far ridere è un’arte, e non è da tutti. Per concludere vi lascio con un’altra citazione (anche questa a memoria, quindi scusatemi se non sono proprio le parole esatte): durante la rappresentazione del vituperato ‘Birraio’, uno dei personaggi canta ‘Chiamate i timballi, i flauti, i pifferi e i corni’. E dal pubblico una voce gli risponde prontamente: ‘I corni non serve chiamarli, quelli vengono da soli’.