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venerdì 20 marzo 2020

L'albero della vergogna di Ramiro Pinilla





Se è vero che, come dicono gli inglesi, non bisogna giudicare un libro dalla copertina, è anche vero che la bellissima copertina de L'albero della vergogna ci introduce subito nella storia raccontata nel romanzo. In primo piano, infatti, troviamo un uomo di spalle, perso nella contemplazione di un albero maestoso. Siamo nel 1966 e a Gexto, piccola comunità nei Paesi Baschi, l'uomo è conosciuto semplicemente come “il pover'uomo della baracca”. Da circa trent'anni, infatti, vive in una misera casupola di assi e lamiera, senza luce né acqua corrente, e trascorre il tempo curando un albero di fichi (o forse fioroni?). Lo annaffia con attenzione, allontana gli animali di passaggio e respinge le offerte di acquisto del terreno del vicino, convinto che sotto al fico ci sia chissà quale tesoro. Nel tempo, si è sparsa la voce che l'uomo sia una specie di santone e arrivano frotte di pellegrini, ma l'uomo sembra quasi non accorgersi della loro presenza. Ogni tanto riceve la visita di un piccolo gruppo di uomini e di una ragazza, e proprio questo ci porta all'immagine che intravediamo vicino all'albero: alcuni adulti e, in mezzo a loro, un bambino. Nella lunga narrazione (o confessione?) fatta in prima persona dall'uomo scopriamo che il suo nome è Rogelio Cerón e trent'anni prima, poco più che ventenne, faceva parte di un gruppo di falangisti, la milizia che, durante la guerra civile precedente alla dittatura di Francisco Franco, eliminava gli oppositori del Caudillo e in particolare i comunisti. In un clima di terrore, nel quale le delazioni servivano spesso a sanare vecchi rancori o a ottenere piccoli vantaggi, moltissime persone venivano prelevate dalle loro case nel cuore della notte e non facevano più ritorno. È proprio in una di queste notti che Rogelio e i suoi compagni portano via un maestro di scuola e uno dei suoi figli, fra le grida delle donne di casa e sotto gli occhi del piccolo Gabino, il figlio minore. Gabino non pronuncia una parola, ma il suo sguardo è talmente carico di odio che Rogelio vi legge una promessa di vendetta. Notte dopo notte, questo pensiero si impossessa della sua mente e il senso di colpa pervade la sua vita, insieme al desiderio di espiazione. L'albero della vergogna è un racconto magistrale di dolore e vendetta, una riflessione sulle motivazioni che spingono le persone ad agire in un certo modo - Rogelio non è molto convinto dai proclami della Falange, eppure ha deciso di farne parte -, ma anche una richiesta struggente di comprensione e di perdono. Con una scrittura semplice e asciutta, l'autore ci consegna il ritratto di un uomo nel quale i ruoli di carnefice e di vittima, all'inizio ben distinti, finiscono per sovrapporsi. È una narrazione ipnotica, a tratti quasi intrisa di magia, profondamente toccante. Credo che sia uno dei romanzi più belli che ho letto negli ultimi mesi e spero che vengano pubblicate in Italia anche le altre opere di Ramiro Pinilla.
Traduzione di Raul Schenardi, Fazi, 279 pagine, 18 euro, ebook disponibile. 

sabato 1 settembre 2012

Lazarillo de Tormes



Titolo: Lazarillo de Tormes

Autore: Anonimo

Casa editrice: Garzanti (ne esistono varie edizioni)

Pagine: 112

Prezzo: 7.50 euro



Lazarillo de Tormes è il capostipite dei romanzi picareschi ed uno dei grandi romanzi della letteratura spagnola. Il picaro è un individuo che vive di espedienti, di impieghi saltuari e di piccole truffe, è un poveraccio che si arrangia come può e si muove nei bassifondi della società. Pubblicato anonimo forse nel 1525, al massimo nel 1550, e seguito da tre continuazioni uscite nel 1554, racconta in prima persona le avventure di Lazarillo, nato sulle sponde del fiume Tormes. Figlio di un mugnaio - all'epoca i mugnai godevano di cattiva fama, perché si riteneva che rubassero la farina -, dopo la morte del padre la madre lo manda a fare l'aiutante di un cieco. E' solo il primo dei tanti padroni di Lazarillo: seguiranno un sacerdote spilorcio che gli farà fare la fame, uno scudiero con mille arie ma senza il becco di un quattrino, un venditore di bolle e molti altri. Il mondo di Lazarillo è miserabile e popolato da ladri, truffatori, osti, donnine allegre e mezzane. I religiosi sono spesso furbastri che cercano di raggirare le persone semplici per rubar loro del denaro o per scroccare un pasto. E' un universo martoriato dalle guerre e dalle malattie, un mondo in cui le pulci e i pidocchi infestano ogni luogo e in cui la medicina sostanzialmente non esisteva: è una realtà molto diversa da quella in cui vivono oggi gli abitanti dei paesi del Primo e del Secondo Mondo. La povertà estrema di Lazarillo e degli altri personaggi risalta ancora di più se si tiene presente che, quando il romanzo fu scritto, la Spagna era governata da Carlo V. Carlo V, grazie all'abile politica matrimoniale degli Asburgo, era l'erede di un impero su cui 'non tramontava mai il sole' perché si estendeva dall'Europa alle colonie sudamericane. Il re e la corte vivevano in mezzo ai fasti e al lusso, mentre gran parte della popolazione si arrangiava per sopravvivere.

E' anche un romanzo molto comico (soprattutto nella prima parte) e pieno di vita: tutti i personaggi sono estremamente credibili e affascinanti, seppure con i loro difetti. E' una delle prime rappresentazioni della vita delle persone comuni e si contrappone, come farà poi il 'Don Chisciotte', alle gesta degli eroi e agli amori delle dame che popolavano i romanzi cavallereschi. Da 'Lazarillo de Tormes' e 'Guzmán de Alfarache' (di Mateo Alemán) nel 1987 Mario Monicelli ha tratto un ottimo film intitolato 'I picari'.
 
 
 
             'Bambino che si spulcia', Murillo, databile fra il 1645 e il 1650 (museo del Louvre)